Efficienza energetica e idrogeno verde: serve una strategia multilaterale per l’industria
Dallo sviluppo delle tecnologie a idrogeno alla riqualificazione degli impianti termici: come l’industria italiana può affrontare la transizione energetica tra sostenibilità, efficienza e competitività
Nel pieno della crisi climatica e con i mercati energetici sempre più instabili, il nodo dell’autonomia energetica industriale, in un’ottica di transizione energetica, è tornato al centro del dibattito europeo. In questo scenario, le imprese italiane si trovano davanti a una scelta strutturale: continuare a dipendere da tecnologie ad alta intensità fossile o ripensare il proprio modello energetico, partendo dagli impianti.
Affrontare la transizione non è solo una questione tecnica: serve un approccio multilaterale, capace di connettere innovazione impiantistica, strumenti finanziari flessibili, politiche industriali coerenti e un nuovo patto tra pubblico e privato. A ciò si aggiunge la necessità di diversificare le fonti e le tecnologie, combinando soluzioni su misura – dal recupero termico alle pompe di calore, dalla cogenerazione alle rinnovabili – in funzione delle specificità di ciascun processo produttivo.
Obiettivo: decarbonizzazione
In questo scenario, la riqualificazione delle centrali termiche, spesso vetuste e inefficienti, rappresenta oggi una delle leve più concrete per ridurre il consumo di gas naturale, integrare fonti rinnovabili e avvicinare le imprese agli obiettivi di decarbonizzazione. Allo stesso tempo, cresce l’attenzione per vettori alternativi come l’idrogeno verde, destinato a giocare un ruolo chiave nella manifattura e nella chimica pesante, e per tecnologie capaci di recuperare l’energia dispersa nei processi produttivi.
L’idrogeno verde, prodotto da fonti rinnovabili, rappresenta, infatti, una soluzione promettente per la decarbonizzazione dei comparti industriali “hard-to-abate”, ovvero quelli più difficili da decarbonizzare a causa della loro natura energivora o dei loro processi produttivi. Questi settori, come la produzione di acciaio, la chimica, la raffinazione e la produzione di cemento, dipendono fortemente da combustibili ad alta intensità energetica e spesso generano significative emissioni di CO2.
Il quadro normativo europeo
Il quadro normativo europeo si sta orientando con decisione verso il supporto attivo alla decarbonizzazione industriale. Due strumenti recenti ne segnano l’evoluzione: il Temporary Crisis and Transition Framework (Tctf), adottato dalla Commissione Europea per rispondere agli shock energetici e accelerare la transizione verde, e il Clean Industrial Solutions Act Facility (Cisaf), che punta a rafforzare la capacità produttiva europea nelle tecnologie pulite.
Tctf e Cisaf
Il TCTF ha ampliato le possibilità per gli Stati membri di concedere aiuti pubblici in modo più flessibile e tempestivo, a sostegno di investimenti in efficienza energetica, fonti rinnovabili, idrogeno verde e tecnologie di decarbonizzazione, anche attraverso il revamping di impianti esistenti.
Il CISAF, invece, si concentra su strumenti di finanziamento strutturali per potenziare la competitività delle imprese europee rispetto a concorrenti extra-UE, in particolare nei settori industriali strategici come l’idrogeno, le batterie e le pompe di calore.
Tuttavia, nonostante le nuove aperture, il quadro applicativo resta complesso e disomogeneo. I costi delle tecnologie — in particolare per la produzione di idrogeno verde o l’elettrificazione industriale — sono ancora elevati e difficilmente sostenibili senza un supporto stabile e continuativo.
La carenza di infrastrutture (come reti per la distribuzione dell’idrogeno o sistemi avanzati di accumulo) limita la scalabilità dei progetti. Inoltre, le misure di sostegno spesso variano sensibilmente da un Paese all’altro, rendendo difficile per le imprese avere un riferimento chiaro e prevedibile nel medio-lungo periodo. In altre parole, l’Europa ha tracciato una direzione strategica, ma la sua attuazione concreta richiede ancora coerenza normativa, semplificazione procedurale e un rafforzamento degli strumenti di accompagnamento, per evitare che la transizione resti un’opportunità riservata a pochi grandi attori e non si traduca in una vera trasformazione diffusa dell’apparato industriale europeo.
Strumenti flessibili: gli Energy Performance Contracts (EPC)
È qui che entrano in gioco strumenti flessibili come gli Energy Performance Contracts (EPC), grazie ai quali l’investimento iniziale è sostenuto dall’operatore tecnologico, che viene remunerato in base ai risparmi effettivamente generati.
A supporto degli investimenti, le imprese possono anche accedere a strumenti come i Titoli di Efficienza Energetica (TEE), che valorizzano economicamente il risparmio energetico ottenuto attraverso interventi come il recupero termico o il revamping, generando un beneficio finanziario diretto.
Idrogeno verde: potenzialità e limiti di una tecnologia in evoluzione
Di fatto già da tempo, l’idrogeno verde si è imposto nel dibattito pubblico come simbolo di una nuova stagione energetica. La ragione è semplice: prodotto tramite elettrolisi alimentata da fonti rinnovabili, consente di generare un vettore energetico senza emissioni di CO₂. A differenza dell’idrogeno grigio — ottenuto da gas naturale con forti emissioni climalteranti — o di quello blu (che prevede la cattura e stoccaggio della CO₂), la variante verde promette un uso pienamente compatibile con gli obiettivi climatici dell’UE.
Come dicevamo prima, i settori industriali hard-to-abate, come chimica, siderurgia, vetro e ceramica, guardano all’idrogeno verde come un possibile sostituto dei combustibili fossili nei processi termici ad alta temperatura. Le tecnologie disponibili includono l’elettrolisi PEM (proton exchange membrane), adatta alla produzione flessibile integrata con rinnovabili non programmabili, e l’elettrolisi ad alta temperatura, più efficiente ma ancora in fase di sviluppo commerciale. In particolare l’elettrolisi ad alta temperatura rappresenta una grande opportunità, associata al recupero del calore dai fumi di scarto, consentendo infatti un minor consumo di energia elettrica (compensata dall’energia termica, prodotta però da uno scarto) a parità di idrogeno prodotto.
Nonostante le promesse, l’idrogeno verde rimane oggi una risorsa limitata, da impiegare con logica sistemica. L’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) raccomanda un suo utilizzo prioritario nei settori dove l’elettrificazione diretta non è possibile. Per molte PMI, l’alternativa più concreta nel breve periodo resta dunque l’ottimizzazione degli impianti esistenti.
Il revamping degli impianti
Le centrali termiche aziendali, responsabili della produzione di calore per i processi produttivi, rappresentano spesso un punto critico. Strutture obsolete, progettate in un’epoca di energia a basso costo, possono diventare un freno alla decarbonizzazione. In questo scenario, il revamping — ovvero la loro riqualificazione completa — consente di ridurre consumi e emissioni anche in assenza di una rivoluzione tecnologica. Proprio il revamping rappresenta oggi una delle leve più efficaci per preparare gli impianti all’elettrificazione intelligente, grazie all’introduzione di tecnologie in grado di massimizzare l’autoproduzione energetica e ridurre la dipendenza dalla rete.
Ogni intervento va però valutato nel contesto dell’impianto, tenendo conto delle specificità produttive e del carico termico richiesto.
Il calore che non si vede: recuperare i cascami termici
Accanto all’efficienza “di sistema”, c’è un’altra leva spesso trascurata: il recupero del calore disperso. In molti cicli produttivi, parte dell’energia viene rilasciata nell’ambiente sotto forma di fumi caldi, aria esausta o fluidi di processo. Recuperare questa energia consente di ridurre il prelievo di energia primaria e abbattere i costi operativi.
In alcuni casi, i benefici economici sono rilevanti già nel breve periodo: risparmi superiori al 30% sui consumi termici, payback tra i 2 e i 5 anni, possibilità di accedere a certificati bianchi (TEE) e altri sistemi incentivanti. In un contesto di volatilità dei prezzi dell’energia, queste tecnologie possono agire anche da strumento di copertura finanziaria.
L’adozione di soluzioni tecnologiche isolate, però, non basta. La sfida è costruire architetture energetiche integrate, capaci di combinare produzione da fonti rinnovabili, sistemi di accumulo, cogenerazione, idrogeno, efficienza e recupero termico. È un cambio di paradigma che riguarda non solo gli impianti, ma anche i modelli di business e le strategie aziendali.
Richiede un approccio multilaterale, in cui le soluzioni tecnologiche dialogano con strumenti finanziari adeguati, competenze specialistiche e politiche pubbliche capaci di abilitare investimenti mirati e replicabili. La resilienza — intesa come capacità di adattarsi a uno scenario incerto — si costruisce anche così: investendo in flessibilità energetica, riducendo la dipendenza da forniture esterne, valorizzando l’energia come asset strategico e non solo come voce di costo.
La decarbonizzazione industriale non è una questione solo tecnologica. Richiede politiche industriali chiare, strumenti finanziari adeguati, semplificazione autorizzativa e una governance condivisa tra pubblico e privato. L’idrogeno verde, così come il revamping o il recupero termico, può fare la differenza solo se inserito in una strategia coerente e pragmatica, capace di affrontare le complessità della transizione con realismo e visione.
Fonte foto Pixabay_geralt
Di Alessandro Brizzi, General Manager di Renovis - www.renovisenergy.com
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