Verso la transizione ecologica: la spinta arriva dal cittadino

In crescita i movimenti di cittadini che diventano protagonisti attivi nel passaggio alle energie rinnovabili, un modo per partecipare al mercato, avere accesso all’energia e contrastare il fenomeno della povertà energetica

Pubblicato il 7 maggio 2021

Il recente PNRR punta a realizzare le riforme attese dal settore elettrico e necessarie a raggiungere nel 2030 oltre il 70% di rinnovabili nei consumi elettrici dell’Italia, oltre a prevedere un percorso di decarbonizzazione entro il 2050 previsto dal Clean Energy Package.

In questo pacchetto rientrano la direttiva sulla promozione dell’uso di energia da fonti rinnovabili (REDII) da recepire entro giugno 2021, e la direttiva su regole comuni per il mercato interno dell’elettricità (IEM), che avrebbe dovuto essere recepita lo scorso dicembre. Complessivamente, la rivoluzione verde e la transizione ecologica pensate dal Governo Draghi valgono 59,33 miliardi.

Tra i sistemi per facilitare la realizzazione di impianti rinnovabili in prossimità delle utenze finali trova posto quello delle comunità energetiche, che mirano alla produzione e consumo dell’energia a partire dal basso. Ovvero dai cittadini. Questo approccio è in grado di ridurre l’impatto climatico della produzione di elettricità grazie all’utilizzo di fonti rinnovabili e di migliorare la gestione dei carichi sulla rete, grazie al fatto che si promuove la prossimità tra consumo e produzione.

Si stima che entro il 2050 potrebbero essere 260 milioni i membri, gli investitori o i clienti coinvolti in qualche modo nel movimento delle comunità energetiche. Che potrebbero contribuire a generare fino al 45% dell’energia dell’Unione Europea. Da un punto di vista legislativo, nel 2020 in Italia sono stati introdotti incentivi per l’autoconsumo collettivo e la costituzione di comunità energetiche recependo quanto già stabilito dall’articolo 42bis del cosiddetto decreto Milleproroghe.

Ma di fatto cosa sono le comunità energetiche? Sono gruppi di persone che utilizzano una rete locale per la produzione di energia attraverso fonti rinnovabili (principalmente eolico e fotovoltaico) per utilizzare l’energia prodotta rendendosi meno dipendenti dalle grandi compagnie energetiche e diventando, in questo modo, artefici del cambiamento ambientale, sociale e economico.

Tra gli obiettivi posti dall’Unione Europea in materia di rinnovabili vi è l’azzeramento delle emissioni di carbonio entro il 2050. Per arrivarvi, entro il 2030 occorre aumentare al 32% la quota di energia da fonti rinnovabili negli usi finali, tagliare i consumi di energia primaria del 32,5% e aumentare l’interconnessione di almeno il 15% dei sistemi elettrici dell’UE.

Integrare il sistema energetico vuol dire gestirlo nell’insieme con, ad esempio, l’energia elettrica che alimenta le auto che proviene dai pannelli solari sul tetto. Processi che possono trascinare il rilancio dell’economia creando fino a 5 milioni di posti di lavoro, secondo uno studio McKinsey (540.000 in Italia secondo il Forum Ambrosetti). Per arrivare a una produzione di elettricità in eccesso rispetto ai fabbisogni elettrici occorre costruire reti integrate e intelligenti aumentando la produzione di rinnovabili.

Le norme europee prevedono già l’aggregazione di gruppi di utenze che, a livello locale, condividono energia prodotta da impianti on site (ad esempio, pannelli fotovoltaici che alimentano l’utenza di un condominio). In Europa il fenomeno è esteso, a partire da REScoop che rappresenta la federazione europea delle cooperative di produzione di energia da fonti rinnovabili.

Si annoverano quindi anche EWS Schoenau nata negli anni ’80 come risposta a Chernobyl, Repowering London, Energy Garden e la spagnola Som Energia. In Italia, RSE, Ricerca sul Sistema Energetico, ha avviato un progetto pilota con l’obiettivo di mappare l’autoconsumo collettivo che coinvolge 12 comunità energetiche per condominio mentre, tra le comunità più significative a livello nazionale, si trova ènostra, cooperativa che produce e fornisce energia sostenibile e rinnovabile attualmente impegnata a facilitare la costituzione di diverse comunità energetiche.

In particolare, 1 progetto a Biccari (in provincia di Foggia), 3 in Sardegna, 1 a Padova e 1 Trento su invito dei Comuni, a testimonianza di un interesse crescente da parte delle istituzioni stesse: “Consolidamento e crescita di imprese di installazione che possono portare a posti di lavoro ben remunerati in ambito locale: questi gli impatti prodotti dalle comunità energetiche, oltre ai benefici economici e sociali ridistribuiti sul territorio” osserva Gianluca Ruggeri, ricercatore Università dell’Insubria e vicepresidente ènostra.

“Idealmente le comunità potrebbero migliorare anche la consapevolezza degli impatti delle proprie scelte energetiche sull’ambiente e l’economia, promuovendo comportamenti virtuosi di riduzione dei consumi e di spostamento orario di alcuni usi finali per farli coincidere con le ore di maggiore insolazione (per massimizzare l’autoconsumo). Infine, ma questo dipenderà da come le comunità energetiche verranno implementate, potrebbe contribuire, almeno in parte, se gli investimenti pubblici saranno opportunamente mirati, a migliorare le condizioni economiche dei ceti più deboli favorendo la riduzione del fenomeno di povertà energetica”.

E i big player del settore come reagiscono a questo crescente interesse da parte dei cittadini di costituirsi in comunità energetiche? “In parte chiaramente possono rischiare di perdere quote di mercato ma, allo stesso tempo, possono diventare a loro volta promotori del cambiamento. Un po’ come è successo negli ultimi 20 anni sulla questione dell’efficienza energetica. Quando nel 2000 proponevamo alle grandi aziende di prepararsi a fornire servizi per aumentare l’efficienza energetica, tutte ribattevano che sarebbe stato per loro poco conveniente, visto che avrebbe portato a una riduzione dei consumi di elettricità e di gas. Oggi hanno cambiato approccio. Questo dipende dall’attitudine all’innovazione e da quanto rapidamente il contesto intorno a loro li spingerà a cambiare”, conclude Ruggieri.

Il mercato immobiliare italiano, caratterizzato da una percentuale forte di piccoli proprietari, e alle prese con il Superecobonus 110%, può quindi vedere crescere sensibilmente il numero dei produttori privati di energia, e questo significa che le infrastrutture IT dovranno necessariamente essere adeguate per accompagnare questa inevitabile evoluzione: “Powercloud è al fianco di grandi produttori di energia così come di realtà più piccole, quali ad esempio le comunità energetiche. Il nostro obiettivo è semplificare il mercato dell’energia attraverso un sistema operativo aperto che consente di modulare in poco tempo le necessità sulla base di specifici bisogni. Guardiamo con interesse al crescente cambiamento delle abitudini dei consumatori, sempre più consapevoli del ruolo e dell’importanza che possono assumere come parte attiva verso la transizione energetica” afferma Marco Beicht, CEO e founder di powercloud.

Secondo i dati dell’Unione Nazionale consumatori, attualmente l’82,5% del mercato domestico della luce è detenuto da cinque operatori, mentre sono tre gruppi principali a detenere il 44,3% del mercato del gas. È lecito pensare che con l’avvento del libero mercato ci sarà un ribaltamento delle statistiche, con una crescita delle scelte da parte delle famiglie italiane verso operatori più piccoli o più vantaggiosi.

Ad oggi, secondo i dati Arera 2020, le famiglie che a dicembre 2020 hanno scelto il mercato libero elettrico sono oltre il 56% nella media nazionale, con forti differenze sul territorio: dal 70% di alcune aree del Nord al 38% in alcune del Sud. Il sistema di produzione e distribuzione dell’energia come concepito attualmente è centralizzato, mentre quello che vogliono ottenere le comunità energetiche è l’esatto opposto, ovvero produrre e distribuire l’energia a livello locale, dove il territorio torna a essere protagonista.

Fonte foto Pixabay_niekverlaan



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