Energia, infrastrutture, sostenibilità: la graduatoria dei Paesi in base agli investimenti
Secondo uno studio Ernst & Young la Cina si conferma tra i Paesi più interessanti per investire in energie rinnovabili. Italia al quinto posto, pari merito con la Spagna
L’indagine di Ernst & Young classifica i Paesi in base alla loro attrattività per gli investimenti in energie rinnovabili, come l’eolico o il solare. Gli indici definiscono le graduatorie sui mercati dell’energia, le infrastrutture e la sostenibilità per le singole tecnologie tramite un punteggio da 1 a 100.
La Cina, seconda alle spalle degli Stati Uniti, ha scavalcato la Germania per la prima volta nei sei anni di storia dell’indagine. Quarta nel 2008 e sesta nel 2007, ha migliorato costantemente la propria posizione superando India, Spagna e Regno Unito e diventando una delle potenze nel settore delle rinnovabili grazie all’impegno per diminuire le emissioni tramite, ad esempio, i piani di riduzione di intensità dell’anidride carbonica lanciati di recente.
Andrea Paliani, partner Ernst & Young settore Energy, spiega: “La Cina è sempre più attenta al settore delle rinnovabili. Dal 2007, quando raggiunse il primo posto al mondo con oltre 150 GW di potenza installata da impianti energia rinnovabile, i fornitori locali di pannelli fotovoltaici e impianti eolici sono entrati nel novero dei player principali sullo scenario globale. Ci sono stati piani ambiziosi per il fotovoltaico, è stato annunciato il programma di incentivi “Golden Sun”, e ci sono informazioni che la Cina raddoppierà il proprio target nella produzione di energie rinnovabili entro il 2020, raggiungendo il 10% del totale. Inoltre, si stanno facendo più blande le restrizioni sulla quantità di componenti acquistati all’estero ai fini della produzione di tecnologie di generazione. In ultimo, si stima che la Cina possa rappresentare il maggior investitore in rinnovabili del 2009”.
Gli indici presi in considerazione nello studio vedono una crescita anche di Brasile e Giappone. Il nuovo target fissato dal governo giapponese per ridurre le emissioni di gas serra del 25% (rispetto ai livelli del 1990) entro il 2020, rappresenta un significativo incremento pari al 8%, rispetto ai precedenti target. E il piano energetico del Brasile al 2017 contempla la produzione di 7,3GW dalla capacità totale combinata di fonti eoliche, biomasse, acqua, per arrivare nel 2020 a toccare il 10% sul totale dei consumi nazionali.
Il Regno Unito sale di una posizione (al sesto posto), a seguito dell’ottimismo scaturito dai piani previsti per migliorare le connessioni nella rete di distribuzione e dell’annuncio di ulteriori 1,15 miliardi di sterline di investimenti nella rete stessa. Ma le dimensioni di alcuni mercati oltreoceano e in particolare la velocità di crescita nel campo delle rinnovabili raggiunta dalle “tigri” asiatiche ha impattato sulla capacità del Regno Unito di attrarre investimenti significativi dai mercati globali.
Negli Stati Uniti l’ambizioso “climate change bill” non è ancora stato approvato, ma con il momento peggiore della crisi ormai alle spalle le previsioni di sviluppo restano ottimistiche.
L’Europa dell’Est è diventata via via più attraente durante l’anno, di pari passo con il desiderio degli investitori di trovare nuovi mercati ad alto potenziale di crescita. La produzione di moduli solari in Europa soffre sempre di più la pressione dei prodotti cinesi, nata dal crollo dei costi delle materie prime, ed è probabile che si verifichi un ulteriore consolidamento all’interno del settore.
Aggiunge Paliani: “A Copenhagen non si è giunti ad un accordo vincolante: si è concordato lo sforzo comune mirato a contenere l’aumento della temperatura media al di sotto di due gradi, ma senza indicare numeri e impegni specifici per i singoli Paesi. Se mai si arriverà ad un protocollo più strutturato, emergeranno molte nuove policy e normative in tutto il mondo, accelerando una vera e propria rivoluzione energetica, alterando il nostro modo di viaggiare, e fornendo fortissimi stimoli all’innovazione tecnologica. Quantità enormi di capitale saranno richieste ai settori pubblico e privato per sostenere tale cambiamento. Un accordo globale che indicasse in modo misurabile gli step da eseguire e la qualità degli interventi da apportare per agire efficacemente sul clima darebbe ai governi uno slancio e un’urgenza ad intervenire significativi, per rafforzare le policy e le normative che trasformeranno il modo in cui viviamo e lavoriamo. Le aziende lungimiranti e reattive avranno più possibilità di ottenere ritorni sia sulla bottom line sia sulla top line dei propri bilanci, mentre quelle che si limiteranno a guardare policy e normative sul climate change, come un aspetto/costo di compliance, vedranno erodersi progressivamente il proprio valore”.
Ernst & Young: www.ey.com
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