Biomass Energy Executive Report: le bioenergie alla prova del Decreto Rinnovabili
Innanzitutto il Rapporto presenta un quadro del mercato, che durante lo scorso anno ha mostrato di muoversi a “tre velocità”: (i) con una crescita “sostenuta”, soprattutto nel caso del biogas agricolo con nuove installazioni per oltre 200 MW (il doppio rispetto all’installato alla fine dell’anno precedente), ma anche per le stufe caldaie a pellet che ormai da qualche anno fanno registrare un numero costante di nuove installazioni nell’ordine di 150.000 unità l’anno; (ii) con una crescita “appena accennata”, come nel caso del teleriscaldamento e delle biomasse agroforestali (scarti legnosi e agricoli impiegati per la produzione di energia elettrica) che hanno visto percentuali di crescita dell’installato complessivo nell’ultimo anno nell’ordine di 4-5 punti; (iii) sostanzialmente “fermo”, come nel caso degli impianti per la valorizzazione energetica dei rifiuti o, qui addirittura con un calo del 75% rispetto alle nuove installazioni del 2010, nella produzione di energia da oli vegetali.
Le principali novità dell’edizione 2012
Rispetto alle precedenti edizioni, nel nuovo rapporto viene presentata un’analisi dei costi/rendimenti delle soluzioni per la produzione di energia da biomasse.
L’analisi dei LEC (Levelized Energy Cost) – effettuata per le principali tecnologie di produzione di energia termica ed elettrica da biomassa rapportando il costo di investimento nel nostro Paese, approvvigionamento della materia prima e gestione operativa con l’effettiva produzione di energia – mostra come, per effetto della relativa maturità tecnologica della maggior parte delle tecnologie, i valori di riferimento vadano da un minimo di 6 c€/kWh (per le caldaie a biomassa) a un massimo di 9 c€/kWh (per le caldaie a pellet) per la produzione termica e da un minimo di 14,3 c€/kWh (centrali a combustione da biomassa, escludendo gli impianti per il recupero energetico da RSU per i quali l’approvvigionamento della biomassa in input rappresenta un “ricavo”) a un massimo di 23,3 c€/kWh (impianti di pirolisi) per la produzione elettrica. La produzione di energia termica da biomassa è, comunque la si voglia guardare, già oggi e senza alcuno strumento di incentivazione conveniente per quei segmenti di mercato per i quali essa ha senso dal punto di vista tecnologico. La maggior parte delle tecnologie per la produzione di energia elettrica da biomassa si situano invece nell’area di indifferenza, ovvero diventano “interessanti” per l’investitore solo in presenza di condizioni ottimali per quanto riguarda gli aspetti autorizzativi e la disponibilità di biomassa.
In assenza di sistemi di incentivazione, quindi, solo relativamente pochi impianti best case (peraltro probabilmente in larga misura già compresi nell’installato attuale) possono essere realizzati, ossia superare la valutazione complessiva di convenienza dell’investitore all’adozione della tecnologia.
Lo Schema di Decreto Interministeriale del 13 Aprile 2012 (in discussione alla Conferenza Unificata Stato-Regioni) ha in animo di rinnovare proprio lo schema di incentivi. Non è stato sostanzialmente modificato, nonostante gli annunci di un “Conto Energia Termico”, il sistema di incentivazione per la produzione termica da biomassa.
Possibili effetti del nuovo decreto
Le “modifiche” per la parte elettrica, per quanto è dato di valutare, si basano invece su 4 pilastri:
– una transizione sostanzialmente indolore dal vecchio al nuovo sistema per gli impianti che entreranno in esercizio sino alla fine del 2012, che chiaramente soddisfa gli operatori e, almeno dal punto di vista teorico, dovrebbe garantire una continuità degli investimenti per l’anno in corso (a differenza di quanto ad esempio era capitato nel fotovoltaico dopo l’approvazione del Decreto Rinnovabili);
– un ricorso al meccanismo del registro (per impianti da 50 kW a 5 MW) e alle aste al ribasso (per impianti sopra i 5 MW) per l’aggiudicazione delle tariffe incentivanti da parte degli impianti a biomassa a partire dal 2013, che invece non fa che appesantire l’effetto ed il peso della burocrazia, incrementando l’incertezza ed i costi “nascosti” dell’adozione delle tecnologie per la produzione di energia da biomassa;
– un taglio delle tariffe che, sebbene discriminato per tipologia di biomassa va a colpire in particolare le taglie di impianto più grandi e in generale il biogas, ovvero proprio quegli investimenti sui quali si stavano concentrando gli interessi del mercato;
un taglio mediamente del 30% e che è solo in parte mitigato dalla presenza di “premi”, questi sì volti in maniera virtuosa ad incentivare le applicazioni cogenerative, l’efficientamento energetico dei processi e l’approvvigionamento locale della biomassa;
– un contingentamento complessivo delle nuove installazioni che per il triennio 2013-2015 considera solo 880 MW di nuova potenza incentivabile, contro i quasi 1.500 MW installati invece nel triennio 2009-2011, in pratica “costringendo” il mercato a ridursi di oltre il 40%.
Un “rimedio” che, in buona sostanza, riduce l’ambito di sviluppo ai soli operatori che già dispongono della biomassa di input.
Il potenziale di mercato in Italia è in effetti molto più elevato, con altri 3,2 GW di potenza elettrica e 4,4 GW di potenza termica installabili al 2020, per un corrispettivo di quasi 18 miliardi di euro investimenti. Un potenziale però poco coerente con il PAN (Piano d’Azione Nazionale) che fissa invece un obiettivo per la produzione elettrica (3.580 ktep) che è quasi la metà dell’effettivo potenziale ed un obiettivo termico che è invece circa un quarto di quanto invece si potrebbe ottenere dal pieno sfruttamento delle biomasse esistenti.
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