Il paradosso europeo degli inerti: si recupera molto, ma si riutilizza poco
Quattro A mette a confronto i dati UE: solo pochi Paesi hanno trasformato il riciclo in un vero mercato industriale delle materie prime seconde. L’Italia tra i casi più emblematici
L’Europa recupera quasi tutto, ma riutilizza ancora troppo poco. È questo il messaggio centrale che emerge dal Report Febbraio 2026 di Quattro A, società del Gruppo Seipa attiva nei settori estrattivo, trasporto, recupero e riciclo dei materiali inerti e supporto alle opere infrastrutturali ed edili.
Nel settore delle costruzioni, no dei principali bacini europei di consumo di risorse e produzione di scarti, il tema non è più soltanto “quanto si ricicla”, ma quanto il materiale riciclato rientra effettivamente nel mercato, sostituendo materia prima vergine.
Europa: recovery alto, substitution basso
Secondo l’analisi comparativa condotta da Quattro A su dati Eurostat, Ispra e fonti dei diversi Paesi, i tassi di recovery dei rifiuti da costruzione e demolizione (C&D) risultano mediamente elevati in gran parte dell’Unione.
A guidare la classifica con valori sopra il 90% sono Italia (98%), Paesi Bassi (95,2%), Belgio (94,1%), Lussemburgo (93,4%), Germania (91,3%), Ungheria (90,8%) e Lituania (90,6%).
Diciannove Paesi si posizionano ben al di sopra degli obiettivi europei, mentre sono invece 8 i Paesi sotto la soglia: Spagna, Slovacchia, Portogallo, Bulgaria, Romania, Finlandia, Svezia e Grecia, nazione quest’ultima che si colloca in fondo alla classifica con un tasso di recupero del 47,6%.
Il dato che cambia la prospettiva, tuttavia, è un altro. Il tasso di sostituzione effettiva, cioè la quota di aggregati riciclati che realmente rientra nei nuovi cicli produttivi, resta significativamente più basso. Solo pochi Paesi hanno trasformato il riciclo in un vero mercato industriale. A collocarsi dal 25% in su sono solo 5 Paesi: Paesi Bassi (40%), Belgio (35%), Lussemburgo (30%), Danimarca (28%) e Austria (25%).
Altrove, la distanza tra recupero e riutilizzo industriale resta marcata, fino a raggiungere lo 0,4% dell’Italia che si colloca così all’ultimo posto, seppure con delle best practice di filiera: nei siti del Gruppo Seipa il tasso di sostituzione degli aggregati inerti arriva fino al 55%.
Il caso Italia: il paradosso più evidente
Tornando al dato medio nazionale, tra un recovery rate del 98% e un tasso di sostituzione dello 0,4%, in Italia il divario è talmente marcato da rendere il nostro Paese uno dei casi più emblematici in Europa.
«In Italia il materiale viene correttamente avviato a riciclo (98% secondo il Report), ma fatica a rientrare nel mercato come materia prima seconda in sostituzione degli aggregati naturali» commentano gli analisti di Quattro A. «Il vero salto di qualità —proseguono— non è nel riciclo in sé, ma nella capacità di creare un mercato stabile, tracciabile e competitivo delle materie prime seconde. Finché il materiale non rientra nei capitolati e nei flussi ordinari di cantiere, il potenziale ambientale resta solo parziale».
I numeri della sfida
Nell’Unione Europea il consumo annuo di materiali supera i 1.094 milioni di tonnellate, mentre i rifiuti da costruzione e demolizione raggiungono 305 milioni di tonnellate.
In Italia, la produzione di rifiuti C&D è pari a 81,4 milioni di tonnellate l’anno, il 50,6% dei rifiuti speciali complessivi.
Se il tasso di sostituzione salisse verso livelli da best practice europea, gli effetti stimati sarebbero rilevanti: oltre 20 milioni di tonnellate/anno di materiali vergini risparmiati e circa 4,6 milioni di tonnellate di CO2 evitate.
Il modello industriale: oltre il 50% nei siti Seipa
Accanto ai dati medi nazionali, Quattro A richiama le esperienze di filiera del Gruppo Seipa, dove il tasso di sostituzione degli aggregati supera il 50%, con punte del 55%.
L’obiettivo dichiarato è raggiungere il 60% entro il 2026, dimostrando che la chiusura del ciclo non è solo teoricamente possibile, ma industrialmente praticabile.
«Ridurre le distanze di trasporto, programmare i flussi di cantiere e integrare recupero e progettazione significa contribuire concretamente alla decarbonizzazione del settore delle costruzioni», sottolineano gli specialisti di Quattro A.
La vera partita: dal riciclare al riutilizzare
Il Report 2026 evidenzia che la vera accelerazione della transizione nel settore delle costruzioni si gioca sul passaggio cruciale: dal “recuperare” al “sostituire”.
Solo pochi Paesi europei hanno trasformato il riciclo in un vero ecosistema industriale delle materie prime seconde. Per tutti gli altri, Italia compresa, la sfida è ora sistemica: filiere integrate, standard tecnici omogenei, programmazione territoriale e maggiore coinvolgimento di imprese, progettisti e stazioni appaltanti.
L’obiettivo non è solo gestire meglio i rifiuti, ma trasformare un flusso di scarti in una leva strutturale di competitività e riduzione delle emissioni.
Ed è su questo terreno che, secondo Quattro A, si giocherà la prossima fase dell’economia circolare europea nel comparto delle costruzioni.
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