Il dissemblaggio delle imbarcazioni pone problemi di carattere ambientale, economico e sociale
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Allo stato attuale, molte imbarcazioni operanti in Europa sono riciclate nei Paesi dell’Asia dove sono spesso ignorate le più elementari misure di sicurezza per trattamento dei materiali tossici con elevati rischi per la salute dei lavoratori.
La demolizione d’imbarcazioni rientra a tutti gli effetti nel campo dei rifiuti. In particolare, il trasporto di vecchie imbarcazioni al di fuori dell’Ue è proibito dal diritto comunitario ed equiparato al trasporto di sostanze nocive. Di conseguenza, l’Ue promuove non solo il rispetto delle misure vigenti, ma anche l’adozione di ulteriori provvedimenti e di accordi internazionali.
La ripetuta attenzione degli Stati membri, delle istituzioni comunitarie, delle associazioni industriali e delle Ong costituisce una buona base per arrivare nel breve periodo a un atto legislativo severo e idoneo a combattere le pratiche illegali. Tuttavia, l’Ue si trova ad agire unilateralmente, poiché una proposta simile dell’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo) avrà bisogno di un lungo periodo di negoziati prima di essere approvata ed applicata.
Le nuove misure dovrebbero coordinare i compiti di diversi soggetti. Il primo, l’industria marittima, dovrebbe assumersi i costi ambientali secondo il principio “chi inquina paga”. I secondi, i governi nazionali, dovrebbero dare il buon esempio nella demolizione delle proprie imbarcazioni, come le navi da guerra. Infine, L’Ue dovrebbe estendere la propria legislazione in questo settore in accordo con gli Stati membri. Si pensa che il riciclaggio di alcuni materiali potrebbe favorire la creazione di posti di lavoro e lo sviluppo di imprese del riciclaggio ma occorrono degli investimenti nel settore. La copertura finanziaria dovrebbe essere assicurata da diverse fonti, tra le quali anche aiuti e/o sussidi statali e comunitari.
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