Alla scoperta della CSDDD, la direttiva europea sulla sostenibilità. Il caso Italia
Di Nicolò Masserano, Director di BearingPoint Italy
Di tutte le diverse normative sulla sostenibilità ce n’è una ancora poco conosciuta, ma negli effetti potenzialmente dirompente per le imprese europee e in particolare per quelle italiane. Parliamo della CSDDD, Corporate Sustainability Due Diligence Directive, il cui testo finale è in negoziazione tra Commissione, Parlamento e Consiglio UE. Al di là del fine tuning sul documento (l’ultimo aggiornamento risale a metà dicembre), la direttiva è di per sé importante perché estende il concetto della due diligence di sostenibilità alla filiera: ovvero alle attività a valle e a monte della catena del valore di ogni grande azienda. E così facendo valorizza indirettamente il modello italiano del distretto.
Dopo l’accordo sul testo finale, gli Stati membri dovranno recepire la direttiva nell’ordinamento nazionale e comunicare i relativi testi alla Commissione – il momento di iniziare ad organizzarsi per le imprese e per i distretti è adesso: vediamo perché.
Il messaggio contenuto nella direttiva è importante: la sostenibilità ambientale e sociale non si può raggiungere da soli, ma si deve lavorare a livello di ecosistema e comunità. Infatti, la grande azienda crea un impatto sull’ambiente e sulla vita delle persone insieme a tutte le aziende della sua filiera: proprio per questo è con loro che deve impegnarsi verso la sostenibilità.
L’importante è sapere come muoversi. La CSDDD incoraggia le aziende a gestire i rischi considerando i fattori ESG, ovvero quelli legati a sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Fa propri i principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani (UNGPs) e sostanzialmente si regge sul concetto di due diligence obligation: le imprese devono cioè individuare, cessare, prevenire o attenuare gli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente nelle attività dell’impresa, delle controllate e della catena del valore.
L’entrata in vigore della CSDDD è prevista nel corso di quest’anno. Gli adempimenti obbligatori iniziano a partire dal 2026 per tutte le aziende dell’UE con almeno 500 dipendenti e un fatturato netto uguale o superiore a 150 milioni di euro: queste imprese dovranno predisporre un piano per garantire che la loro strategia aziendale sia compatibile con la limitazione del riscaldamento globale a 1,5°C in linea con l’accordo di Parigi. Dal 2028 dovranno conformarsi le aziende che operano in settori ad alto impatto (come tessile, agricoltura, estrazione di minerali) con oltre 250 dipendenti e un fatturato netto di oltre 40 milioni.
La direttiva si applica anche alle società di Paesi terzi attive nell’UE con un fatturato generato nell’UE in linea con gli stessi parametri di bilancio di quelle europee, ma a partire dal 2029.
Le aziende che non rispetteranno gli obblighi di due diligence potranno incorrere in sanzioni pecuniarie e dovranno rispondere di eventuali violazioni dei diritti umani o danni ambientali.
Le microimprese sono a oggi esentate dagli obblighi di rendicontazione di sostenibilità. Ma è davvero qualcosa che una microimpresa può ignorare? Dal nostro punto di vista di consulenti per le aziende a livello globale, non lo è: perché, a tendere, nessuna azienda non certificata riuscirà a entrare nelle filiere produttive di alcun settore merceologico. Oggi, grazie a questa direttiva, la piccola o micro azienda che fornisce la grande, se si muove in anticipo, è in grado di trasformare la sostenibilità in un vantaggio competitivo.
Il momento non potrebbe essere più propizio: con la deglobalizzazione in corso post-Covid e con la regionalizzazione delle catene del valore torna in auge il modello italiano del distretto industriale, definito come ” area territoriale locale caratterizzata da elevata concentrazione di piccole imprese, con particolare riferimento al rapporto tra la presenza delle imprese e la popolazione residente nonché alla specializzazione produttiva dell’insieme delle imprese”. Secondo l’Istat, i distretti industriali italiani sono 141 e sono in diminuzione di 40 unità in dieci anni (gli ultimi dati disponibili sono stati pubblicati nel 2015 e si riferiscono al 2011; la prossima rilevazione sarà pubblicata nel 2025). Aumenta invece l’estensione e la dimensione demografica ed economica dei distretti. Ogni distretto, in media, è costituito da 15 comuni, abitato da 94,5 mila persone e presidiato da oltre 8 mila unità locali che assorbono circa 34,6 mila addetti.
I distretti industriali costituiscono circa un quarto del sistema produttivo del Paese. In particolare distretti del Made in Italy sono 130, ben il 92,2% dei distretti industriali, e sono maggiormente presenti nei settori della meccanica (il 27%), tessile-abbigliamento (22,7%), beni per la casa (17%) e pelli, cuoio e calzature (12,1%).
Le aziende dei distretti rappresentano tipicamente la supply chain di una big corp attorno alla quale si sono sviluppate PMI e microimprese eccellenti ciascuna in una nicchia specialistica (e questo spiega la specializzazione territoriale), secondo un modello che è tipico italiano e consente di superare il tema del nanismo industriale, causa di scarsa competitività da sempre per le nostre imprese. Le grandi aziende, d’altro canto, sono sempre più sotto pressione per la domanda di sostenibilità che arriva non solo dall’Unione Europea, ma anche dai clienti, dalle banche, dagli azionisti e da ogni altro stakeholder. Al di là dell’imposizione normativa, dunque, per le aziende lungo tutta la catena del valore, abbracciare la sostenibilità è una questione di opportunità.
È chiaro che per diventare compliant le grandi imprese e le loro catene del valore dovranno affrontare dei costi aggiuntivi. Ma i vantaggi sono enormi. La stessa Commissione Europea li elenca: il primo è quello di lavorare all’interno di un quadro giuridico armonizzato nell’UE, creando certezza del diritto e condizioni di parità, poi c’è da considerare che il controllo della sostenibilità della supply chain genera maggiore fiducia da parte dei clienti e impegno da parte dei dipendenti, inoltre aumenta la capacità di gestione del rischio e la flessibilità dell’impresa, ma anche l’attrattività per i talenti, gli investitori orientati alla sostenibilità e i committenti pubblici. È anche per questi motivi che in BearingPoint abbiamo già iniziato a indirizzare le aziende verso l’adeguamento a questa normativa, così da arrivare preparate e senza intoppi al 2026.
Senza considerare che si tratta di un imperativo epocale al quale siamo tutti e tutte chiamati a partecipare: una supply chain realmente sostenibile è una tutela in termini di diritti umani e contribuisce a creare un ambiente più sano per le generazioni presenti e future. Servono investimenti e apertura al cambiamento, ma alla fine di questo processo le imprese possono diventare uno degli abilitatori principali della transizione verde e il generatore di un mondo più equo e, in definitiva, migliore.
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