Domanda energetica nazionale: per il 2013 un ulteriore calo del 5,1%
Le aziende italiane scontano un gap competitivo con le realtà straniere, una bolletta elettrica più cara di un terzo rispetto agli altri Paesi europei: un vincolo strutturale così forte da mettere a rischio qualsiasi prospettiva di ripresa economica.
Nel 2013 la domanda energetica nazionale è destinata a scendere ancora. Un calo che, entro fine anno, si stima possa raggiungere il -5,1%. In pratica si passerà dai 184,2 milioni di TEP del 2011 ai 174,8 del 2013.
Un trend negativo quello della domanda di energia che, secondo lo studio “Il costo dell’energia. Vincoli allo sviluppo e alla competitività”, realizzato da Federmanager Roma (Federazione Dirigenti Aziende Industriali) e Aiee (Associazione Italiana degli Economisti dell’Energia) e presentato alla Facoltà di Ingegneria di Roma Tre, è già in atto da diversi anni e si è aggravato con l’avvio della crisi economica internazionale del 2008. Un trend cui fa da contraltare un altro fenomeno, l’eccessivo costo dell’energia elettrica, che se non affrontato vigorosamente mette a serio rischio qualsiasi prospettiva di ripresa dell’economia italiana.
“Non c’è più tempo da perdere”, avverte il Presidente di Federmanager Roma Nicola Tosto, “nell’aggredire le cause del problema e definire, al più presto, un nuovo Piano energetico nazionale che manca da 25 anni”.
Le principali problematiche energetiche che l’Italia si trova a dover affrontare sono due: sicurezza dell’approvvigionamento e compatibilità economica dello stesso. Sul secondo punto, lo studio Federmanager Roma-Aiee indica come dal 2000 al 2012 la fattura energetica sia passata da 37 a 64 miliardi di euro, con un’incidenza del 4,5% del Pil. Parallelamente, l’onere per l’approvvigionamento dei soli prodotti petroliferi è salito da 18,6 a 34 miliardi di euro. In totale, l’incidenza della fattura energetica sul Pil è salita dal 2,4% al 4,5, con una crescita dell’87,5% in 12 anni.
In Italia incide pesantemente, rispetto alle altre realtà europee, l’elevato carico fiscale di accise e imposte che gravano sui prodotti petroliferi come, ad esempio, il gasolio per trazione (che viene consumato per oltre il 60% a fini di trasporto commerciale), con gravi danni per la competitività del settore rispetto ai trasportatori stranieri. “In Italia”, denuncia Tosto, “i prodotti energetici vengono utilizzati come veicoli di prelievo fiscale, con la trasformazione di molti operatori in veri e propri sostituti d’imposta. Ciò finisce con l’incidere negativamente sulla competitività delle nostre aziende, a causa degli elevati costi che si trovano a dover sostenere”.
Relativamente al costo dell’energia elettrica, “l’Italia paga un prezzo superiore del 30-35% a quello dei principali Paesi concorrenti”, aggiunge Edgardo Curcio, Presidente Fondazione Energia di Aiee. “E il differenziale è particolarmente significativo proprio nei settori produttivi. Uno squilibrio dovuto sia al mix delle fonti utilizzate per la produzione, sia al carico fiscale e parafiscale che, negli anni, è costantemente cresciuto. In questo quadro c’è anche da segnalare il costo derivante dagli oneri di sistema a sostegno dello sviluppo delle fonti rinnovabili, che ha ormai superato i 10 miliardi di euro all’anno. Questa situazione rende necessario un ripensamento delle nostre politiche energetiche nazionali, altrimenti si rischia di perdere ulteriori posizioni in termini di competitività rispetto alle aziende straniere”.
Ma quali sono i fattori di squilibrio che l’Italia si trova a dover affrontare? Lo studio Federmanager Roma-Aiee focalizza l’attenzione su 7 punti: struttura della copertura energetica sbilanciata verso l’utilizzo delle fonti energetiche più pregiate e costose (gas naturale e petrolio), con una scarsa o nessuna disponibilità verso carbone ed energia nucleare; incentivi allo sviluppo di fonti rinnovabili eccessivi, che hanno stimolato iniziative anche di carattere speculativo; scarsa ricaduta per l’indotto italiano, poiché lo sviluppo delle fonti rinnovabili ha favorito in prevalenza i produttori stranieri; scarso coordinamento tra le varie fonti, con conseguente eccedenza di capacità di produzione di elettricità, perché l’Italia accusa un esubero di capacità di produzione di energia elettrica da fonte termica; eccedenza di capacità di raffinazione, con basso utilizzo degli impianti e prospettive di ulteriore peggioramento; ultimo, ma primo per importanza, mancanza di una politica energetica (l’ultimo Piano Energetico Nazionale è datato 1988).
Gli interventi prioritari suggeriti da Federmanager Roma i seguenti: rimodulare la fiscalità a carico soprattutto dei consumi energetici per usi produttivi (energia elettrica, gasolio per trazione); avviare un processo di razionalizzazione degli impianti di produzione in un’ottica di armonizzazione nella distribuzione fra energia elettrica da fonti rinnovabili ed energia elettrica da fonte termica; impostare una ulteriore, nuova diversificazione delle fonti energetiche e delle basi di approvvigionamento.
Per fare tutto ciò, avverte Federmanager Roma, “occorre recuperare una visione di lungo periodo, che ponga in primo piano la ricerca e sviluppo e l’attenzione a nuove fonti che si stanno affacciando sul mercato internazionale”. Conclude Tosto: “Se non recupereremo la cultura e la capacità di allungare la visione oltre il contingente, con il gusto delle sfide strategiche, non avremo speranza di uscire dall’attuale stato di penalizzazione”.
Federmanager Roma: www.federmanager.it
Aiee: www.aiee.it
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