Recupero di calore, il potenziale sprecato: perché i territori non investono
Il tema dell’ approvvigionamento energetico si è imposto in cima alle agende politiche internazionali, in seguito alla recente escalation del conflitto in Medio Oriente e la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz, causa di un grave shock nei mercati energetici globali. Ad essere compromesse, sono le forniture mondiali di una serie di materie prime energetiche tra cui in primis petrolio e gas naturale.
In questo scenario, il Consiglio dell’UE, riconoscendo l’esposizione dovuta alla significativa dipendenza dei Paesi membri dai combustibili fossili importati, ha recentemente ribadito l’urgenza di una transizione pulita quale strategia più efficace per raggiungere l’autonomia strategica dell’Europa (conclusione del Consiglio dell’UE “La diplomazia energetica e climatica dell’UE: rafforzare la sovranità e promuovere la transizione pulita globale”). Per l’Italia, che vanta un primato europeo in termini di costi dell’energia, è forse giunto davvero il momento di trovare delle soluzioni a questa crisi a partire dai propri territori.
I fatti recenti mostrano che non si possa essere mai del tutto sicuri di disporre dell’energia necessaria, quando si dipende da altri Paesi.
Ma si può certamente cercare di ridurre i rischi. È questa la ragione per cui anche i Paesi che non hanno a disposizione materie prime devono affidarsi sempre di più alle risorse che possono prodursi. Per l’Italia la soluzione sarebbe una, ovvero la transizione verso le fonti rinnovabili. Una delle opportunità più concrete e meno valorizzate ad oggi, è il recupero del calore di scarto. Ad esempio si potrebbero recuperare fino a 9,5 TWh annui di energia termica dai data center collocati in prossimità di reti di teleriscaldamento esistenti o pianificate. Tale quantità sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno termico annuo di circa 800.000 famiglie, contribuendo inoltre in modo significativo alla riduzione dei consumi e delle emissioni.
Eppure, solo una quota limitata di questo potenziale viene oggi effettivamente utilizzata. La maggior parte del calore generato nei processi industriali continua a essere dispersa, sebbene esistano già numerosi casi di utilizzo di questa preziosa risorsa.
Il recupero del calore
Il calore di scarto è considerato un sottoprodotto generato negli impianti industriali o di produzione di energia, o nel settore terziario, che si disperde nell’aria o nell’acqua rimanendo inutilizzato (Direttiva 2018/2001/CE). Quella del recupero di calore è tuttavia per sua natura una soluzione profondamente legata al contesto. Innanzitutto perché il calore è difficile e costoso da trasportare su lunghe distanze, pertanto la vicinanza tra gli impianti in cui esso si genera e chi può utilizzarlo è cruciale.
L’utilizzo più economicamente fattibile del calore di scarto richiede la prossimità spaziale tra la fonte di calore e il punto di consumo.
La possibilità concreta di creare sinergie tra aziende in termini energetici trova terreno fertile laddove vi è una maggiore concentrazione industriale. L’ecosistema imprenditoriale italiano, come mostrano i dati, è alquanto disomogeneo. A fronte di circa 5,2 milioni di realtà attive, le aziende italiane si concentrano per circa la metà nella parte settentrionale del paese (46,4%).
Nello specifico:
- le realtà del Nord Italia sono per circa il 26,5% nelle regioni del Nord-Ovest e
- per il 19,9% in quella del Nord-Est.
- Seguono il Sud Italia (23%),
- il Centro (20,5%) e
- infine le Isole (10,1%).
Stando ai dati, in Italia l’energia termica immessa in reti di teleriscaldamento ha ormai superato i 13 TWh, per un totale di 334 i sistemi di teleriscaldamento su 289 territori comunali in cui esiste almeno una rete, distribuiti in 13 Regioni e province autonome unicamente del Centro e Nord Italia. Quella del calore di scarto è una risorsa dall’elevatissimo potenziale, che rischia però di non essere sfruttato a pieno a causa della distanza tra impianti, della mancanza di coordinamento, della frammentazione del tessuto industriale e delle difficoltà di accesso ai finanziamenti, specialmente nelle regioni del Centro-Sud.
Ragione per cui ad oggi gli esempi di impiego di questa risorsa si concentrano quasi esclusivamente nei territori del Nord Italia.
La prossimità tra imprese facilita la creazione di reti: il calore di scarto di un’azienda può diventare una risorsa per un’altra e così via. Non tutti i settori producono calore nello stesso modo. Solo quelli ad alta intensità energetica, come acciaierie, industrie chimiche e cartiere sono in grado di generare quantità di calore “utile” e a temperature elevate da reimpiegare. Alcuni distretti industriali italiani mostrano già applicazioni concrete di recupero energetico.
È il caso del comparto ceramico in Emilia-Romagna o di alcune aree manifatturiere della Lombardia, dove la forte concentrazione produttiva ha favorito la diffusione di sistemi di cogenerazione e recupero del calore all’interno dei cicli industriali. Al contrario, in molte regioni italiane, soprattutto del Centro-Sud, in cui il tessuto produttivo è più frammentato e meno denso, la maggiore distanza tra impianti e la minore presenza di infrastrutture dedicate, impediscono di sviluppare progetti di recupero di calore su ampia scala.
Al di là dei settori industriali tradizionali, la crescente diffusione dell’IA chiama a nuove sfide in campo energetico. A tal riguardo, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) stima infatti che entro il 2026 la domanda di energia relativa ai data center potrebbe più che duplicarsi. Parallelamente i processi di raffreddamento delle loro componenti rilasciano grandi quantità di calore decarbonizzato che, se non valorizzato, andrebbe disperso. Viceversa, se venisse recuperato, quel calore prodotto dai server potrebbe essere convogliato in un impianto di teleriscaldamento e non costituire un rifiuto di scarto.
In Italia, vi sono già diversi esempi virtuosi con reti di teleriscaldamento attive in varie città tra cui Milano, Torino, Bolzano e Brescia.
La transizione energetica
Alla base, però, è necessario un cambio di paradigma che ponga al centro la priorità della transizione energetica e una rifondata cultura industriale più orientata alla condivisione delle risorse. In molti casi, tuttavia, le infrastrutture si rivelano inadeguate e la difficoltà normativa e di accesso ai finanziamenti costituisce un ostacolo di gran lunga maggiore a qualunque impedimento tecnologico. Nella pratica, i progetti di recupero di calore incontrano ostacoli concreti: impianti distanti tra loro, difficoltà di coordinamento tra le aziende, mancanza di un soggetto che faccia da regia. In contesti frammentati, anche un elevato potenziale teorico rischia di rimanere inespresso.
Al contrario, nei territori più integrati, dove le imprese sono vicine, dialogano tra loro e possono contare su infrastrutture condivise, è più facile sfruttare questa risorsa. In questi contesti, quindi, il recupero di calore diventa una leva operativa, non solo una prospettiva astratta.
Di fatto la transizione energetica industriale non passa solo attraverso nuove tecnologie, ma anche e soprattutto dalla capacità di valorizzare meglio ciò che già esiste. Il recupero di calore rappresenta una delle opportunità più concrete in questa direzione, con benefici immediati in termini di efficienza e competitività. Tuttavia, il suo sviluppo non è uniforme: dipende profondamente dalla natura dei territori. Infrastrutture, cultura industriale e politiche locali determinano la possibilità di trasformare un potenziale diffuso in progetti concreti. Per evitare di ampliare ulteriormente il divario tra aree già disomogenee, sarà quindi necessario affiancare alle soluzioni tecnologiche un approccio territoriale efficace, in grado di attivare sinergie, coordinamento e investimenti. Occorre però un rapido cambio di passo: solo così si potrà vincere a livello locale la sfida energetica a cui siamo chiamati a livello globale.
A firma di Alessandro Brizzi, General Manager di Renovis
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